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domenica, 24 settembre 2006

Partito Democratico: Postsocialismo o Confusione?

L’articolo su Repubblica di sabato 9/9/2006 di Chiamparino (non reperibile in rete) mi ha in parte chiarito il dubbio che avevo sul perche’ c’erano opinioni cosi’ diverse sulla necessita’ del Partito Democratico da parte di persone che hanno invece opinioni condivise su quasi tutte le azioni politiche da intreprendere in questo momento, a parte proprio la formazione del PD.
Ora incomincio a capire che il tutto deriva da una grossa confusione sul significato di partito, e anche, mi duole dirlo, su una progressiva dimenticanza di alcuni concetti fondamentali del Marxismo, concetti che non fanno sicuramente parte di quelli di estrapolazione idealistica che hanno reso il comunismo marxista un’illusione drammatica, ma che sono invece tutt’ora alla base di una vera capacita’ di analisi della societa’ umana.
Chiamparino dice molte cose totalmente condivisibili. Partendo dall’analisi dello sviluppo sociale della sua Torino, che passa da una citta’ totalmente industriale, di tipo fordista, ad una citta’ in cui l’industria, pur rimanendo fondamentale, non e’ piu’ totalizzante, e nemmeno predominante, in cui nuovi ceti sociali emergono e richiedono attenzione da parte dell’amministrazione, Chiamparino paragona questo sviluppo a quello del partito socialista. Egemonizzato in precedenza dalle esigenze della classe dei lavoratori industriali, e anche bloccato da un’ideologia totalizzante, con la perdita della loro centralita’ e l’emergere di altre esigenze, di altri ceti che propongono le loro visioni della societa’, anche il socialismo deve allargare e rinnovare le sue posizioni, che non sono piu’ in grado di rappresentare la realta’ esistente.
Fin qua tutto e’ condivisibile. Che l’analisi marxista della societa’ capitalista e del suo sviluppo si sia sostanzialmente fermata all’interpretazione fideistica del ruolo emancipatore della classe operaia, e’ ben noto. Per questo, crollata questa visione insieme al muro di Berlino, anche se forse non ancora per tutti, la carenza di analisi e’ ora evidente, come e’ evidente l’incapacita’ dell’intera sinistra, anche quella che non aveva mai completamente creduto al glorioso futuro della rivoluzione operaia, a proporre soluzioni adeguate alle nuove realta’ in forte evoluzione. La differenza con Chiamparino nasce infatti quando si passa alle soluzioni.
Per lui la perdita di centralita’ della classe operaia significa che nel nuovo partito devono trovare posto tutte le istanze di ceti e gruppi sociali che sono piu’ o meno subalterni, nell’ipotesi, non dimostrata, che solo dall’insieme di tutte le istanze possa derivarne la sintesi comune che rappresenti la nuova sinistra.
Io credo che questo sia assolutamente sbagliato, perche’ non e’ dall’insieme confuso di interessi contrapposti che puo’ derivare, per autogenerazione, una comprensione aggiornata della realta’ socio-economica, delle forze che lottano per suddividersi le risorse di questa societa’, e della scelta di che parte sostenere. Questo deve essere il compito della nuova sinistra, ed e’ bene che incominci subito a fare le distinzioni grossolane, quelle su cui e’ difficile ci possano essere dubbi.
Una distinzione che a me pare evidente e’ quella tra alleanze tra diverse parti, che possono essere strategiche, a lunga gittata, o semplicemente tattiche ed occasionali, ma sempre alleanze sono, ed il condividere la vita dello stesso partito. Sono due cose diverse che e’ sbagliato, e quindi politicamente pericoloso, confondere.
Solo per fare un esempio, io posso accettare che, per ragioni di tattica elettorale, in mancanza di una maggioranza di sinistra nel paese, mi trovi alleato della Binetti, sapendo quindi che alcune cose che reputo giuste e sacrosante non potranno essere fatte, ma la distanza che c’e’ nella concezione della vita, dell’economia, ed anche delle priorita’ sociali, mi rendono assolutamente impossibile pensare di condividere la partecipazione ad uno stesso partito, perche’ dovrebbe trattarsi di un partito schizofrenico, o di un partito per burla, giusto per far finta di esistere.
Quindi il nascente Partito Democratico, se veramente vuole nascere, deve stare attento a non fare un gran calderone di posizioni inconciliabili, ma considerare invece con assoluta attenzione le vere motivazioni del successo delle liste unitarie: la voglia di partecipare della gente, ma al di fuori del controllo delle gerarchie dei partiti ufficiali.
C’e’ cioe’ un’enorme desiderio di “ripulire” la politica dalle vecchie incrostazioni per poter tornare a partecipare. Della forma “partito” non possiamo fare a meno, ne’ dei politici di professione, ma credo che un’apertura molto forte e non solo di facciata alla “societa’ civile” sia il vero presupposto per la nascita di un Partito Democratico che sia un vero partito.
Il suo inserimento nello scacchiere europeo, altra questione di lana caprina, lo decideranno, a maggioranza, gli iscritti a quel partito, cosi’ come tutte le strutture dirigenti, che vengono dopo la costituzione del partito, e non prima.
Ma il fatto che si tratta di un partito laico, e che ci sono dei limiti alla sua “apertura ideologica” deve essere assolutamente chiaro prima. Poi ci stara’ chi vuole.


PS  il giorno successivo, sempre su Repubblica, e' apparso un articolo di Giordano che definire "aria fritta" e' far torto all'aria fritta stessa, che qualche sapore lo ha. Giordano ha invece messo insieme delle parole in assoluta liberta' senza alcun significato concreto.
Il 13/09/2006 e' invece apparso un articolo di Bertinotti di ben altro spessore, che ha dato origine ad una discussione importante, fino all'articolo di oggi di Scalfari, ma che per l'ampiezza degli argomenti merita una attenzione dedicata
postato da: mikecas alle ore 11:26 | link | commenti (8)
categorie: politica
giovedì, 14 settembre 2006

Gli Esiliati di Ragnarok

Gli Esiliati di Ragnarok e' il romanzo di SF che ho appena finito di leggere e che presento sul mio sito web. E' una nuova edizione di un romanzo del 1958 e pubblicato su Urania nel 1976. La sua rilettura dopo 30 anni mi ha dato sensazioni molto differenti. Continua ad essere interessante, ma non piu' coinvolgente come allora. Forse solo perche' sono cambiato io.
postato da: mikecas alle ore 21:21 | link | commenti
categorie: libri
mercoledì, 13 settembre 2006

Essere economisti comporta l'essere socialmente ciechi?

Su Repubblica oggi c'e' un articolo di Boeri e Garibaldi, due noti economisti, che incitano il governo ad effettuare con urgenza quelle che loro chiamano "riforme strutturali", e che non sono altro che riduzioni perenni di parti della spesa sociale.
Secondo loro, e' proprio la congiuntura favorevole ad imporre l'urgenza di questi interventi, perche' e' loro opinione che un risanamento dei conti si puo' ottenere solo attraverso un forte e definitivo taglio delle spese, e non inseguendo sogni di incremento delle entrate.
Io mi chiedo quale virus intellettuale viene diffuso negli studi di economia, perche' l'illogicita' di questa argomentazione dovrebbe essere evidente.
L'equilibrio si ha quando spese e entrate si equivalgono, e se le spese nel passato sono state eccessive, si puo' far fronte a questo anche riuscendo ad incrementare strutturalmente le entrate.
Infatti io sostengo, e non penso di essere il solo, che la vera riforma strutturale di cui l'Italia ha bisogno oggi e' quella che faccia pagare le tasse a tutti nella stessa proporzione.
Il che significa che ampissimi strati di liberi professionisti, commercianti, societa' di vario genere dovrebbero per lo meno triplicare i loro versamenti al fisco. E non si tratta di un atteggiamento punitivo, di vendetta, ma solo un livello assolutamente minimo di perequazione, visto la differenza tra quanto dichiarano al fisco ed il loro effettivo reddito ricavabile dal tenore delle spese. E se si fosse dei duri come i nostri economisti, si potrebbe ricavare molto di piu'.
Cari Boerio e Garibaldi, perche' non considerate quella del fisco la vera riforma strutturale?
postato da: mikecas alle ore 20:56 | link | commenti (6)
categorie: politica, economia
martedì, 12 settembre 2006

Che fine hanno fatto i capitali dei capitalisti italiani?

Tralasciando lo shopping storico, dalla chimica alla grande distribuzione, e rimanendo agli ultimi mesi, nel gioco delle banche si sono avute acquisizioni di banche italiane non di poco conto da parte di banche olandesi e spagnole, descritte come di dimensioni enormi rispetto alle nostre. Senza dimenticare che tra i soci non proprio minoritari di Banca Intesa e del San Paolo ci sono francesi e (ancora) spagnoli. Poi si e' avuta la vicenda di Autostrade, ancora non risolta, che vede molto vicino l'acquisizione dell'intera gestione delle autostrade italiane dai soliti spagnoli, sempre descritti come di dimensioni superiori.
Ora Tronchetti Provera torna a scorporare Tim da Telecom, probabilmente per venderla e ripianare un poco i debiti di Pirelli dovuti all'acquisto senza capitali di Telecom stessa. Si parla dei tedeschi e dei soliti spagnoli. Non c'e' pericolo che si senta un nome italiano.
I cellulari sono una invenzione americana, ma il loro uso l'abbiamo "inventato" noi, comprese le tessere prepagate che ora si sono diffuse ovunque. In compenso non ne produciamo nemmeno uno. Ora pero' anche la societa' maggiore che ci permetteva di usarli diventera' probabilmente estera, con ovvie conseguenze per le attivita' di ricerca e sviluppo sulle reti, che era l'unica cosa a portare un po' di reddito, perche' non credo si vogliano considerare a questo riguardo i call-center.
Ma i capitalisti italiani, di cui leggiamo spesso le avventure politico-mondano-amorose, dove li hanno investiti, o nascosti, i loro capitali? Solo in barche di centinaia di metri (rigorosamente battenti bandiere di comodo)? In ritrovi tipo Billionaire dove si possono fare tanti begli incontri? In veline? In squadre di calcio piene di debiti? O piu' probabilmente in conti all'estero che investono sui mercati internazionali portando reddito a loro ma non controllo ne' lavoro in Italia.
Credo che questo fatto sia l'emblema principale, la bandiera identificativa, della pochezza della nostra classe dirigente industriale.
postato da: mikecas alle ore 14:15 | link | commenti (9)
categorie: politica, economia
giovedì, 07 settembre 2006

L'argomento del giorno

Sono stato all'estero per pochi giorni. Ho potuto leggere i vari blog, e i giornali in rete, anche se non avevo molto tempo per guardare tutto. Ora sono tornato e vedo che l'argomento che va per la maggiore nella discussione politica e' ancora quello delle pensioni: aumentare o diminuire l'eta' pensionabile?
Sembrerebbe una domanda facile, la cui risposta dipende dalla situazione finanziaria attuale e prevedibile degli enti previdenziali. Ma non e' cosi'.... e' diventato un dibattito ideologico, basato piu' o meno sul fatto che se hai fiducia nel futuro, condizionerai lo sviluppo in senso positivo. Lo so che sto semplificando molto..... ma non troppo. Il concetto alla base di chi non vuole tagliare risorse (diminuire le spese) oggi, ma anzi aumentarle per favorire la produzione di un maggiore reddito, che sarebbe di per se stesso un modo per ridurre il debito, e' chiaro.... meno evidente e' che abbia qualche probabilita' di diventare realistico.
Chi si azzarda in previsioni non lineari su un problema che e' altamente non lineare, ha piu' probabilita' di sbagliare di chi si limita a previsioni lineari su un periodo di tempo estremamente ridotto. E la correttezza di questa affermazione e' matematicamente dimostrabile, limitando a sufficienza il tempo su cui si vuole valutare le variazioni.
In altre parole, non possiamo sapere come le nostre azioni influenzeranno la realta' di dopodomani, anche se possiamo avere qualche idea di cosa sara' domani.
Ma che c'entra tutto questo con le pensioni?
Poco o tutto....Dipende se si affronta il problema pensioni come se fosse un problema analizzabileteoricamente o se lo si affronta empiricamente, valutando la situazione attuale e le sua probabile evoluzione nel breve periodo.... in modo da capire cosa bisogna fare oggi, non fra 50 anni.....
postato da: mikecas alle ore 23:24 | link | commenti
categorie: politica, satira politica
martedì, 05 settembre 2006

Capezzone e' proprio un capezzone

Capezzone dice di aver trovato a Montecitorio un "foglietto" con un elenco di possibili nomine in RAI....
Capezzone ha aggiunto un altro solido argomento per considerarlo un poveruomo.... di piu' non si puo' dire perche' potrebbe facilmente configurarsi come insulto, pur essendo la piu' pura e cristallina verita'....
postato da: mikecas alle ore 23:57 | link | commenti (4)
categorie: politica, satira politica
lunedì, 04 settembre 2006

Sono all'estero

Rieccomi per qualche giorno in questa citta' anseatica. Il tempo e' il tipico tempo amburghese: nuvole alternate da schiarite, gocce di pioggia occasionali, vento non intenso..... ho lasciato l'estate fresca di Roma e trovo l'autunno avanzato.
Oggi non ho tempo da dedicare al blog per la parte politica, queste poche parole bastano per spiegare la situazione....
Vedremo domani se avro' tempo per qualcosa di piu' serio...
postato da: mikecas alle ore 23:22 | link | commenti
categorie: amburgherie
domenica, 03 settembre 2006

Come rendere efficiente la Pubblica Amministrazione

Innescata dagli articoli di Ichino sul Corriere della Sera, la discussione sull’inefficienza della PA, sulle responsabilita’ di questa situazione e sulle possibili soluzioni e’ esplosa non solo sui giornali ma anche sui blog.
Uno dei migliori interventi, almeno tra quelli che ho letto io, e’ quello di Supramonte su Bloggoverno. Avevo fatto un breve commento promettendo di ritornarci sopra. Lo faccio ora qui.
Che l’intera struttura della Pubblica Amministrazione italiana sia altamente inefficiente, nella media, e’ talmente evidente che non occorre cercare di dimostrarlo, ma ora non voglio discutere di chi o cosa sia la responsabilita’, del posto fisso, dello stipendio basso, della carriera automatica o clientelare, dei sindacati, della mancanza di responsabilizzazione, della mancanza di aggiornamento, della dirigenza, dei capiufficio, dei dirigenti, degli impiegati…. anche perche’ sono tutte cose vere e verificabili. Voglio solo cercare di dare un parere su cosa si puo’ fare per migliorare la situazione.
Per farlo devo partire da un esempio concreto che riguarda una parte della PA, anche se una parte un po’ particolare. Nel 1998 il Governo istitui’ il Comitato per l’Indirizzo della Valutazione della Ricerca (CIVR) il cui compito era appunto di stabilire criteri e modalita’ per arrivare ad un vero processo di valutazione periodica dei risultati ottenuti da Enti di Ricerca ed Universita’. Dopo qualche sperimentazione con la valutazione degli enti di ricerca, piu’ agili e meno dispersivi dell’universita’, si e’ effettuata la prima Valutazione della Ricerca per il periodo 2001-2004. L’opera dei valutatori, centinaia di referee molti dei quali stranieri e decine di appartenenti ai cosiddetti “Panel di area”, cioe’ uno per ogni disciplina scientifica, si e’ conclusa entro il 2005 e quest’anno sono state pubblicati i primi livelli di valutazione. Ho commentato la prima di queste pubblicazioni, che si riferisce agli enti di ricerca, e sto scrivendo di quella che coinvolge anche tutte le universita’. Tutte le pubblicazioni si possono trovare sul sito del CIVR.
Ci sono ancora dei difetti correggibili, nella procedura, ma e’ stato ampiamente dimostrato che una valutazione seria e’ possibile farla, anche partendo da zero e senza alcuna tradizione precedente. L’attuale governo ha espresso l’intenzione di correggere l’eccessiva dipendenza dal ministero del comitato stesso e dei suoi indirizzi attraverso un’Agenzia, che agisca come “parte terza”, e di legare poi una parte sostanziale dei finanziamenti ai risultati della valutazione.
Questa e’ la strada giusta e, fatte le opportuni distinzioni di criteri di valutazione, puo’ facilmente essere estesa a tutta la PA, magari a rotazione per comparti, legando incentivi, carriere e quant’altro ai risultati della valutazione stessa.
Credo che il sapere che la propria carriera ed il proprio stipendio possono in parte dipendere anche dal lavoro o dal non lavoro dei colleghi potrebbe cambiare profondamente anche il clima di omerta’ e di copertura che hanno sempre i “fancazzisti”, ove esistono, ma stimolerebbe anche la soluzione dei problemi che impacciano e rendono inefficiente il lavoro dei vari uffici.
Questo e’ ovviamente solo il punto di partenza, ma molto si potrebbe ottenere anche da una riorganizzazione delle responsabilita’ e dei poteri della scala di comando, evitando il classico effetto a “scaricabarile”.
La PA italiana non e’ un mostro incontrollabile, se lo si vuole controllare.
postato da: mikecas alle ore 17:32 | link | commenti (2)
categorie: politica, economia
sabato, 02 settembre 2006

Veltroni e la Nuova Sinistra

Con questa lettera a Repubblica, Walter Veltroni ha messo la definitiva pietra tombale sulla possibilita’ che io possa essere favorevole alla nascita del nuovo Partito Democratico.
Difficilmente avevo mai letto una tale raccolta di frasi ad effetto ma prive di ogni qualunque sostanza, tese solo a creare un’adesione acritica a quello che Veltroni chiama il partito della Nuova Sinistra che evolve.
Nel mare delle parole usate in modo esclusivamente evocativo, spuntano alcuni concetti razionali: non dobbiamo dare importanza alle differenze di etica o di alleanze internazionali, dobbiamo pensare alle cose che ci uniscono.
Mentre a me, ateo sostenitore molto moderato dei DS, mi e’ chiaro quello che mi divide dalla bigotta integralista Bigetti, o dalla banderuola Rutelli, che ha sempre inseguito il potere, nonche’ dall’indefinibile nullita’ Capezzone, onestamente mi riesce difficile identificare un minimo di valori che ci dovrebbero unire. Semplicemente non ce ne sono, se non una loro dichiarazione di “essere di sinistra”.
Ma posso capire che lo dica una Bindi, e pochi altri, che lo hanno dimostrato nei fatti, ma che lo dica la Binetti (ammesso che l’abbia mai detto, perche’ e’ troppo integralista anche solo per pensare ad una bestemmia del genere) o Cicciobello, mi lascia del tutto impassibile, perche’ semplicemente non ci credo.
La proposta che si intravede nel fiume di parole di Veltroni e’ un “uniamoci tutti”, e l’elenco che fa del cosmopolitismo esistente e’ da solo impressionante. Ma cosa ho in comune io con il comunitarismo o l’ambientalismo militante, due aspetti che ritengo quasi piu’ dannosi di Berlusconi per lo sviluppo della societa’ italiana?
Un partito si forma per dare una forza condivisa alla difesa di interessi di ben precisi ceti sociali, e solo su questo condivido Veltroni… non e’ piu’ il caso di parlare di classi…. ma le differenze tra ceti sociali esistono e aumentano. Un partito puo’ anche riuscire a coagulare intorno a se’ l’appoggio di diversi ceti sociali, che vedono una parte dei loro interessi ben difesi, e si coagulano perche’ gli interessi comuni sono maggiori delle differenze.
Che interessi di che ceto sociale vuole difendere il proposto Partito Democratico? Non viene detto nulla, se non una dichiarazione di un generico solidarismo.
E per questo devo accettare che a decidere per me sia Rutelli, o De Mita, per non parlare di D’Antoni? Che ceti sociali rappresentano e difendono, a parte quello dei politici?
E passando alle alleanze internazionali, se il nascente PD crede di essere almeno un poco di sinistra, deve trovare posto nel parlamento europeo al fianco dei partiti di sinistra, e se ritiene che non siano completamente coerenti con le proprie (?) aspirazioni, puo’ lavorare per rendere accettabili in sede europea delle proposte innovative (?). Ritenere invece che “a priori” si debba rifiutare questa appartenenza, solo perche’ una minoranza di ispirazione religiosa “non si troverebbe a suo agio” in un raggruppamento largo e generale, mi sembra proprio la ragione per lasciar perdere e non farne niente. Come ha giustamente detto Fassino, se in Finlandia la Margherita non c’e’, non si puo’ certo imporre ai Finlandesi di crearla per far contento Rutelli….
E una domanda se la dovrebbero anche porre Fassino e, perche’ no, anche Veltroni: ma se in Italia ci fosse una destra come la CDU tedesca, da che parte starebbe la maggioranza della Margherita?
Mi piacerebbe proprio avere una risposta onesta a questa domanda, prima di avventurarsi in operazioni di vertice molto poco condivise dalla base.
Una cosa giusta pero’ Veltroni la dice, ed e’ il notare della quantita’ di gente, il cosiddetto popolo delle primarie, che e’ disposto a muoversi e a contribuire, quando ci si pone in modo unitario….
Solo che non avverte il vero significato di questa mobilitazione, che avviene solo se i normali canali burocratici dei partiti vengono momentaneamente superati. E’ questa la vera rivoluzione che dovrebbe far nascere la Nuova Sinistra, abbattere le mura della burocrazia dei partiti, aprire le porte, ed ovviamente l’accesso a cariche, posizioni di responsabilita’, etc alla massa che vorrebbe partecipare e dire la propria opinione, ma non se questa viene a priori rifiutata nella difesa di interessi delle oligarchie partitiche….
La Nuova Sinistra si avrebbe immettendo aria ed idee nuove nei partiti, senza mescolare in modo strumentale le varie istanze, cosa che, onestamente, sembra essere effettuata solo per rendere piu’ forte il ceto politico, a discapito dei vari ceti subalterni di questa societa’.

postato da: mikecas alle ore 21:18 | link | commenti (24)
categorie: politica

Socialismo: cosa va conservato e cosa e’ meglio perdere

Seguendo la discussione di questi giorni sulla possibile morte del Socialismo o sulla sua continua attualita’ non ho potuto fare a meno di ripensare ad alcune considerazioni che avevo fatto analizzando in che modo avvengono le grandi transizioni sociali, le cosiddette “rivoluzioni”. Sono processi lenti e complessi, spesso contraddittori, in cui il presente e’ fatto da un passato e un futuro che convivono intrecciati ed evolvono con discontinuita’.
Nella nostra ansia di semplificazione spesso identifichiamo un particolare evento, tipicamente molto tragico, assegnandogli il ruolo di separatore tra le epoche, facendolo diventare La Rivoluzione, anche se spesso quell’evento ha avuto un ruolo marginale nella reale evoluzione socioeconomica, iniziata molto prima e che ha ancora davanti molto tempo prima di svilupparsi completamente.
Non solo vogliamo semplificare, ma anche schematizzare, in modo da riuscire ad avere una visione abbastanza globale di un mondo complesso e caotico nel suo dettaglio. Poiche’ difficilmente riusciamo a valutare andamenti piu’ complessi di una funzione lineare, dobbiamo spesso accontentarci di schemi molto semplificati.
Per ottenere uno schema generale, si deve partire dall’esame del particolare, del dettaglio, cercando analogie, comportamenti simili, trascurando differenze anche significative, ignorando ragioni e fenomeni anche forti in favore di quelli che involvono piu’ aspetti possibili. Nel far questo si guadagna nella capacita’ di avere una visione generale, ma si perde molto della reale comprensione della realta’. Per fare un esempio, nello schema generale un certo oggetto potrebbe muoversi lentamente in una direzione, per cui si assume una forza debole che lo sospinga. Ma potrebbe essere che ci sono due forze molto intense e contrapposte, ed il movimento e’ solo il risultato di una piccola ed insignificante differenza tra le due. Forze che, se conosciute, potrebbero spiegare altri effetti piu’ nascosti. Ma tutto il mondo reale e’ mosso da forze piu’ o meno contrapposte, in equilibrio parziale, in fluttuazione reciproca, in evoluzione veloce o lenta. E questa ricchezza di particolari, troppo complessa ed incoerente per essere capita veramente, si perde necessariamente nella schematizzazione generale.
Questo processo di schematizzazione e’ pero’ asimmetrico, va in una direzione sola: dal particolare si puo’ ricavere uno schema generale, ma dallo schema generale non si puo’ ricavare il particolare che l’ha generato.
Cosa c’entra tutto questo col socialismo?
C’entra perche’ il socialismo ha avuto sempre due aspetti. Uno e’ il desiderio di agire per favorire, nella pratica quotidiana, una maggiore equita’, attraverso forme di solidarieta’ tra i lavoratori prima, e trasferita poi piu’ in generale ad una funzione dello stato. Dalla creazione dei sindacati, alla formazione di cooperative, all’introduzione di forme di assistenza e ridistribuzione del reddito a livello normativo generale, si e’ sempre cercato il modo concreto di fare qualche passo avanti, pur coscienti che il mondo e’ quello che e’, e che ogni conquista richiede un riequilibrio delle forze in gioco.
L’altro aspetto e’ quello utopico consistente nella speranza, e a volte nella certezza, di poter imporre al mondo intero un nuovo schema generale, di uguaglianza, liberta’ individuale condizionata solo dalla liberta’ degli altri, equilibrio sociale. Uno schema in cui ci sia spazio per le differenze ma tale che nessuna differenza predomini sulle altre.
Questo ultimo aspetto del socialismo credo meriti di essere dimenticato, perche’ corrisponde esattamente a cercare di passare da uno schema generale ad uno particolare, e quindi non puo’ funzionare, si ottiene sempre un risultato del tutto imprevedibile, come l’esperienza diretta di varie forme di comunismo hanno ampiamente dimostrato. Io sono convinto, e l’ho accennato in un breve articolo in cui discutevo dello sviluppo delle nuove classi sociali, che la deriva burocratico-politica di quella societa’ e’ stata inevitabile, ma questo e’ risultato comprensibile solo a posteriori.
L’idea stessa che sia possibile “realizzare”, imponendolo con la forza o con il voto, fa poca differenza, una societa’ “nuova” di questo genere, tende a far sottovalutare le difficolta’ reali che si incontrano per fare anche un piccolissimo passo avanti, che sembra sempre trascurabile rispetto alla meta finale. Ci si pongono cioe’ obiettivi troppo ambiziosi, irrealizzabili qui ed ora, considerando invece degli inaccettabili ripiegamenti gli obiettivi realistici, raggiungibili con grossi ma finiti sforzi.
Avere in mente un ideale di societa’ puo’ anche far bene, ma crederla realizzabile concretamente fa invece molto male.
Data la lunghezza di questo post, e gli aspetti che ho lasciato confusi o non citati affatto, credo che dovro’ trovare il tempo per un articolo che chiarisca meglio il mio pensiero.
postato da: mikecas alle ore 10:06 | link | commenti (2)
categorie: politica, sociopolitica, realta